In molti si sono dibattuti sul tema. Psicologi, filosofi, poeti, pedagogisti, insegnanti, ma anche contadini, commessi, imprenditori, impiegati e chiunque abbia la fortuna di essere genitore o semplicemente zio/a, nonno/a, eccetera.
I dizionari, in genere, ne parlano come uno sviluppo di attitudini e valori trasmessi da altri, oppure da sé stessi. Secondo il premio Nobel per la letteratura Rabindranath Tagore: “Una vera educazione non può essere inculcata a forza dal di fuori; essa deve invece aiutare a trarre spontaneamente alla superficie i tesori di saggezza nascosti sul fondo”. Cosa può significare davvero la parola educazione? Si riferisce probabilmente ad una forma di autorealizzazione!?
Ebbene, secondo il magistrato italiano Gherardo Colombo: “l’educazione è un percorso che permette alla persona di realizzarsi”. Ci chiediamo, a questo punto, in cosa mai possa consistere l’attività di educare? Sempre secondo Colombo, “educare vuol dire accompagnare la capacità di esercitare la libertà“.
Viene comunemente affermato che l’educazione sia il modo in cui genitori, ma non solo, trasmettono ai propri figli, allievi, ecc. tutte quelle attitudini e quei requisiti necessari ed indispensabili per un corretto svolgimento delle funzioni di cittadini, uomini e donne della società. Viene spesso preso l’esempio di metodi educativi più comuni al passato, ma che purtroppo permangono ancora oggi, come metodi più fisici e violenti. Quante volte avete sentito un adulto dire che quando gli insegnanti li bacchettavano o i genitori li picchiavano, “certe cose” non si sarebbero mai verificate e c’era quindi più rispetto?
Lo psichiatra italiano Paolo Crepet diceva che: “uno schiaffo può scappare anche al genitore più mite, in ogni caso esso segna malinconicamente la nostra incapacità a capire e a educare”.
Probabilmente “certe cose” non si verificavano per paura, non per una maggiore educazione. È indispensabile chiedersi come si possa educare attraverso l’esercizio della libertà. Perché non chiedersi come un educatore possa educare consentendo tale libertà espressiva.
Sulla base di quanto detto dagli autori su citati, ma non solo, siamo convinti che il primo passo sia l’ascolto, l’osservazione, il dialogo, ma soprattutto il rispetto di una visione diversa dalla nostra poiché unica e sola.


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